Oltre la rendita, dentro la vita
La cooperazione nasce nei momenti di frattura, quando le forme esistenti non bastano più a contenere la vita e i bisogni delle persone. Oggi, di fronte a un nuovo cambio d’epoca segnato dalla crisi dell’individualismo, dalla trasformazione del lavoro, dall’impatto pervasivo del digitale e da legami sociali sempre più fragili, anche le cooperative sono chiamate a interrogarsi sul proprio ruolo. Amministrare bene l’esistente non è più sufficiente: la sfida è capire come rigenerare senso, relazioni e futuro senza perdere la propria capacità produttiva.
Su questi temi si concentra il pensiero di Mauro Magatti, sociologo ed economista, professore di Sociologia generale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, tra i più autorevoli studiosi italiani dei processi di cambiamento sociale e del rapporto tra economia, società e bene comune. In questa intervista, rilasciata in occasione della sua partecipazione all’evento di Consolida ‘Rigenerare le organizzazioni per il bene comune’, ospitato nella Piazza inCooperazione, Magatti parla direttamente alle cooperative, invitandole a non rifugiarsi nella rendita delle forme consolidate, ma a riscoprire la propria vocazione generativa: quella di organizzazioni capaci di stare nel mercato senza ridursi al mercato, di usare la tecnologia senza farsi governare da essa, di tenere insieme efficienza e vita, responsabilità e libertà, comunità e futuro.
Professor Magatti, il sistema cooperativo è oggi ancora generativo oppure rischia di aver esaurito la sua spinta originaria?
La “generatività” non è una formula magica. È una parola che rimanda a questioni profonde che tornano ciclicamente. Oggi siamo chiaramente alla fine di un lungo ciclo storico, quello dentro cui si è sviluppata anche la cooperazione contemporanea.
Che tipo di ciclo si sta chiudendo?
È il ciclo nato dall’incontro tra due grandi forze: da una parte l’ampliamento degli spazi di libertà e di autorealizzazione individuale, dall’altra la globalizzazione. Per decenni abbiamo condiviso un’idea molto semplice: che fosse possibile accrescere le possibilità di vita – non solo i consumi, ma le opportunità complessive – per miliardi di individui. E abbiamo pensato che lo strumento principale per farlo fosse il mercato.
In questo scenario, dove si collocava la cooperazione?
In modo relativamente marginale, ma significativo. La cooperazione ha saputo combinare mondi diversi: la tradizione cattolica, i nuovi bisogni sociali, il volontariato, l’idea che non tutto potesse essere risolto dallo Stato o dal mercato. È così che si è sviluppato il Terzo settore. Ma oggi quel ciclo sta implodendo.
Perché non regge più?
Perché l’idea di accrescere indefinitamente le possibilità di vita per miliardi di individui è semplicemente irrealizzabile. Produce entropia, disgrega le stesse forze di vita che vorrebbe sostenere. Non sta più insieme niente: ambiente, relazioni, democrazia.
E cosa succede quando un modello non sta più insieme?
Si cercano risposte semplici e spesso regressive. Riappare la logica amici-nemici. Per ridefinire un “noi” abbiamo bisogno di identificare un nemico comune. Lo vediamo con i migranti, ma non solo. In questo contesto parlare di rigenerazione sociale non è un esercizio teorico: è una necessità.
Cosa intende, concretamente, per rigenerazione sociale?
Due cose fondamentali. La prima è riconoscere che viviamo in un enorme ritardo cognitivo. Continuiamo a pensare noi stessi come individui-atomi, quando in realtà ciò che siamo dipende radicalmente dalle relazioni: da chi ci ha messo al mondo, da chi incontriamo, dalle condizioni sociali, dalle malattie, dal lavoro, dal contesto.
E la seconda?
La seconda è che la libertà individuale non si misura solo nella possibilità di uscire dalle relazioni, ma nella qualità delle relazioni che scegliamo di far esistere. Accetti un lavoro sfruttante o ti organizzi con altri? Accetti una relazione violenta o la interrompi? La libertà si qualifica nei legami che costruiamo.
Questo vale anche per le organizzazioni cooperative?
Vale moltissimo. Le organizzazioni sono corpi intermedi: stanno tra la vita delle persone e i grandi apparati sistemici. Il loro compito non è solo essere efficienti o redditizie, ma mediare tra vincoli economici e vita concreta.
Quanto conta, in questo senso, il tema dell’origine?
Conta moltissimo. Ogni processo di generazione è anche un processo di rigenerazione. E implica sempre un confronto con il limite, persino con la morte. La generatività non è credibile se non tocca il nesso tra vita e morte.
In che senso?
Perché la vita non è qualcosa che possediamo. È un divenire. L’idea di controllare, trattenere, conservare tutto è distruttiva. Lo sanno bene i genitori: lasciare vivere un figlio significa accettare che sarà diverso da come lo avevi immaginato. È difficile, ma è l’unico modo perché la vita continui.
La cooperazione rischia di non accettare questo passaggio?
Il rischio c’è. La cooperazione è nata in un precedente cambio di ciclo capitalistico. Se oggi il Terzo settore, nel frattempo patrimonializzato, non prova a interpretare questo nuovo passaggio, rischia di difendere le forme invece della vita. Come diceva Georg Simmel, noi accediamo alla vita attraverso le forme: istituzioni, organizzazioni, regole. Ma nessuna forma è in grado di contenere la vita per sempre. Tutte tendono alla sclerosi. Anche la cooperazione.
Qual è allora la sfida generativa?
Capire come trasformarsi prima che sia la realtà a costringerti a farlo. Il mercato cambia, la società cambia, e tu devi cambiare. Questo genera problemi organizzativi e finanziari, certo. Ma se non lo fai, smetti di esistere.
In territori come il Trentino il rischio è quello della rendita?
Sì. Qui si sta bene. E quando si sta bene, la tentazione di conservare è fortissima. Ma se non fate qui alcune trasformazioni, dove pensate che possano accadere?
Quanto pesa il tema della governance e del ricambio?
Pesa moltissimo. L’eccezionalità del secondo dopoguerra è stata anche il risultato di una rottura netta delle classi dirigenti precedenti. Poi progressivamente è tornata la logica delle cariche a vita, della cooptazione. Questo blocca l’innovazione.
E il rapporto con l’ente pubblico?
Il patto di sussidiarietà si è spesso trasformato in un vincolo. Gare, appalti, logiche da fornitore-cliente. Se restate lì, sarete travolti. L’innovazione vera è uscire da quella logica.
Un altro grande fattore di cambiamento è la tecnologia.
Sì, la digitalizzazione è un ospite ingombrante. Estende a ogni sfera della vita la logica industriale: standardizzare, misurare, performare. Applicata ai servizi e alle relazioni sociali, questa logica è letale.
Eppure non si può stare fuori dal digitale.
No, ma bisogna entrarci con consapevolezza. L’intelligenza artificiale è potente, ma è riduzionistica: riduce la ragione a calcolo. Non è corporea, non è affettiva, non è vivente.
Qual è allora il compito della cooperazione?
Salvaguardare l’intelligenza del vivente. Voi siete a contatto con la vita concreta delle persone. Se sacrificate questa intelligenza in nome dell’efficienza, smettete di esistere.
Possiamo dire che questa sia una sfida di civiltà?
Sì. Come in passato la cooperazione ha mediato tra Stato e mercato, oggi deve mediare tra intelligenza artificiale e intelligenza vivente. È la grande questione dei prossimi decenni.
Quando un’organizzazione può dirsi ancora viva?
Quando continua a scambiare con l’ambiente. Finché siamo individui in relazione, siamo vivi. Vale per le persone, vale per le cooperative.