Senza casa non c’è integrazione
Per Movitrento il lavoro non basta se non è accompagnato da welfare e abitare. Dall’adesione alla Fondazione Trentino Abitare a una visione che considera l’accoglienza non solo una scelta di civiltà, ma una necessità per la tenuta economica e sociale delle comunità
Nella cooperativa Movitrento, che Marina Castaldo presiede, l’inclusione è una pratica quotidiana. Tra il 75 e l’80% dei lavoratori e delle lavoratrici ha origine straniera, frutto di un percorso di integrazione che parte da lontano. Movitrento è stata anche la prima cooperativa trentina ad aver eletto nel proprio Consiglio di amministrazione, ormai quasi quindici anni fa, una persona di origine straniera, una scelta simbolica e concreta insieme, che racconta una visione precisa di impresa e di comunità. Una prospettiva che guarda al welfare non come a un ambito separato dal lavoro, ma come a una sua condizione essenziale.
Marina Castaldo, l’inclusione nel mondo del lavoro è cambiata nel tempo?
Sì, molto. Il nostro approccio all’inclusione è antico e profondo, ma il contesto è completamente diverso rispetto a qualche anno fa. Prima arrivavano persone che avevano già fatto un percorso: avevano imparato l’italiano, seguito corsi di formazione, erano preparate all’ingresso nel mondo del lavoro ordinario, perché attraverso tirocini e stage avevano dimestichezza con le sue regole basilari. Oggi questo non succede. Come azienda ci troviamo a dover formar su tutto: la lingua, la puntualità, l’essere ordinati, l’uso dei dispositivi di protezione individuale, il rispetto delle regole. Aspetti fondamentali, non solo per il lavoro in sé, ma per la sicurezza delle persone.
A queste difficoltà se ne aggiungono altre, più profonde.
Sì, quelle restano inalterate nel tempo, purtroppo: le persone che arrivano portano con loro situazioni interiori pesanti. Se sono qui è perché nei loro Paesi non avevano tranquillità economica, oppure perché fuggivano da persecuzioni religiose, da guerre, da condizioni di esclusione legate all’appartenenza a minoranze non riconosciute. Sono spesso persone in una perenne agitazione emotiva, con la testa e il cuore divisi: da una parte il lavoro qui, dall’altra le famiglie lasciate a casa, magari in mezzo a conflitti armati o a contesti di violenza. È una tensione continua che li accompagna ogni giorno.
E una volta arrivati, l’accoglienza non è sempre quella sperata. Anzi. Spesso si scontrano con la sensazione di non essere voluti. Eppure, occupano una fascia di lavori che gli italiani hanno progressivamente abbandonato. Senza di loro non solo molte attività non andrebbero avanti, ma ne risentiremmo tutti come cittadini. Non è solo un posto in azienda: è ciò che quella azienda produce. È l’agricoltura, sono i servizi alla persona, le pulizie negli ospedali, le case di riposo, l’assistenza domiciliare, il turismo, le fabbriche, i servizi alle imprese. Senza questi lavoratori e lavoratrici, il nostro sistema semplicemente non reggerebbe. Ma il tema della casa resta il vero spartiacque.
In che senso?
La casa è il nodo centrale. Dopo la prima fase di accoglienza, molte persone finiscono di nuovo per strada perché nessuno affitta loro una stanza. Il terzo settore si dà da fare, ma spesso riesce a garantire solo soluzioni temporanee. Abbiamo avuto persone che hanno dormito nei dormitori, che vanno lasciati alle 8 di mattina, ma il nostro personale spesso inizia il proprio turno di lavoro solo dopo le ore 14, passando così la mattinata all’aperto, su una panchina, con il sole o con la pioggia. Senza un luogo dove cucinare, riposare, vivere. Una routine durissima.
Una condizione che spesso viene anche fraintesa.
Sì. Le persone passano, li vedono seduti e pensano che siano nullafacenti, che “vivano sulle spalle degli altri”. In realtà magari hanno un lavoro faticoso, con orari complicati, e sono lì solo perché non hanno un’alternativa. A Trento le seconde case da affittare vanno agli studenti universitari, nelle valli ai turisti: approcci più redditizi. Per lavoratrici e lavoratori stranieri resta ben poco.
Questo ha un impatto diretto anche sulle imprese.
Moltissimo. Ti accorgi che qualcosa non va quando una persona cambia improvvisamente: diventa trasandata, stanca, meno concentrata. Parli con il caporeparto, chiedi, e scopri che dietro c’è uno sfratto, un posto letto perso, un amico che non può più ospitare. Spesso hanno paura di condividere il disagio. E noi, come azienda, ci troviamo con tante antenne alzate e pochissimi strumenti concreti per intervenire e aiutare.
Da qui la scelta di aderire alla Fondazione Trentino Abitare.
Sì. Trentino Abitare nasce da un’esperienza avviata da Atas Onlus e Casa Padre Angelo, e oggi è una fondazione di partecipazione aperta, a cui possono aderire soggetti pubblici e privati. Con noi, tra i primi aderenti ci sono stati l’Associazione Artigiani e la cooperativa Arcobaleno. L’obiettivo è affrontare strutturalmente il tema della casa, mettendo in contatto proprietari e inquilini con la Fondazione come garante.
Come funziona concretamente questo modello?
La Fondazione cerca proprietari disponibili – in Trentino si stimano decine di migliaia di abitazioni sfitte – seleziona gli inquilini attraverso colloqui approfonditi, contatta le aziende in cui lavorano e cerca di costruire un canone equo. Il contratto di affitto lo firma la Fondazione, che fa da garante, mette a disposizione un fondo per le emergenze e accompagna le persone nel tempo. Non è un’agenzia immobiliare: è un lavoro di equilibrio e di fiducia. Stiamo sperimentando anche il comodato gratuito per immobili da ristrutturare, che altrimenti resterebbero vuoti: una strada per rimettere sul mercato case e dare stabilità.
Il tema della casa è centrale anche per il ricongiungimento familiare.
Assolutamente sì. Il ricongiungimento è uno degli aspetti più complessi e dolorosi. La burocrazia è elevatissima e l’elemento cruciale, ancora una volta, è la casa. Dai metri quadrati disponibili dipende il numero di familiari che una persona può ricongiungere. Ma se pochi trentini affittano appartamenti agli stranieri, ci ritroviamo sempre daccapo. Nel frattempo, queste persone continuano a mantenere i familiari nei Paesi d’origine, senza poter costruire una vera stabilità né qui né lì.
E che cosa accade ai più giovani, ai minorenni non accompagnati?
Per loro esiste un sistema di accoglienza più strutturato, ed è giusto così. Ma il problema è quello che succede dopo. Al compimento dei 18 anni, tutto finisce. Improvvisamente niente accoglienza, niente percorsi accompagnati. È una frattura violenta, che rischia di vanificare tutto il lavoro fatto prima.
Qual è, allora, il messaggio che sente più urgente?
Se non vogliamo accogliere per senso civico e per umanità, dobbiamo farlo per necessità. Il nostro sistema economico e sociale ha bisogno di queste persone. Sono lavoratori e lavoratrici, colleghi e colleghe, cittadini e cittadine. Prima di tutto sono persone. E dovrebbero avere diritto a un’accoglienza con la “A” maiuscola, la stessa che riserviamo ai nostri vicini di casa.