<rss version="2.0"><channel xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"><title>News</title><link>https://internazionale.cooperazionetrentina.it/it/rss/news?categoria=ritratti</link><description>Notizie, storie e interviste per raccontare il movimento cooperativo e per approfondire i temi che coinvolgono il nostro mondo.</description><lastBuildDate>Sat, 04 Apr 2026 10:52:21 +0200</lastBuildDate><atom:link href="https://internazionale.cooperazionetrentina.it/it/rss/news" rel="self"><type>application/rss+xml</type></atom:link><item><guid isPermaLink="false">05cedd1c-d922-4e02-998e-766e34d9ad3c</guid><link>https://internazionale.cooperazionetrentina.it/it/news/quando-l-unione-delle-forze-fa-vincere-il-prodotto</link><title>Quando l’unione delle forze fa vincere il prodotto</title><description>La storia di Barbara Pellegri, troticoltrice di Tione presidente della cooperativa Astro: “Essere uomo o donna conta poco per questo ruolo. Servono competenze, correttezza e senso di responsabilità”</description><item d4p1:about="https://internazionale.cooperazionetrentina.it/media/dfyadkwt/ritratto-storiecooperative-pellegri.png" d4p1:resource="https://internazionale.cooperazionetrentina.it/it/news/quando-l-unione-delle-forze-fa-vincere-il-prodotto" xmlns:d4p1="http://www.w3.org/1999/02/22-rdf-syntax-ns#" xmlns="http://web.resource.org/rss/1.0/modules/image/"><width>1523</width><height>857</height></item><encoded xmlns="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"><![CDATA[<p>Quando mi sono laureata in matematica e ho cominciato a lavorare come insegnante non avrei mai immaginato che sarei presto diventata un’allevatrice di trote. Mi piaceva quello che facevo, e trovavo soddisfazione nel trasferire conoscenza e competenza ai ragazzi.</p>
<p>Avevo poco più di venticinque anni quando mio padre e mio fratello decisero di comperare delle quote in una troticoltura, che in seguito acquisimmo quasi completamente. Io cominciai a dare una mano, quasi per senso del dovere, perché si trattava di un’attività molto impegnativa: le trote vanno seguite e alimentate tutti i giorni, va controllata la qualità dell’acqua, la loro densità. Serve che ci sia sempre qualcuno a sorvegliare gli impianti, perché ci prendiamo cura di animali vivi e può sempre succedere qualcosa: basta un temporale ad alterare la qualità dell’acqua. In poco tempo però è successo quello che non mi aspettavo: mi sono appassionata a questa attività e ho deciso di cambiare vita. Ho lasciato il mio posto fisso e sono diventata una imprenditrice.</p>
<p>Appena fondata la nostra azienda familiare, abbiamo trovato un riferimento fondamentale nella cooperativa <strong>Astro</strong> e ci siamo associati. Credo che tra troticoltura trentina e cooperativa ci sia un legame indissolubile: i troticoltori trentini sono pochi e gestiscono piccole aziende. Solo attraverso l’unione delle forze e quindi la creazione della cooperativa siamo riusciti a promuovere il nostro prodotto, farlo conoscere, apprezzare, portarlo sul mercato nazionale e anche europeo. In altre parole, a dargli il valore che merita. Senza cooperativa saremmo rimasti schiacciati tra i prezzi delle trote sul mercato al ribasso ed i prezzi al rialzo imposti dai fornitori.</p>
<p>E invece la forza della cooperativa ci ha consentito di fare un accordo con le ditte mangimistiche che prevede la produzione di una particolare ricetta di cibo per le trote, detta ‘formula Astro’, studiata insieme agli esperti della Fondazione Mach come la più adeguata per i pesci nostrani, perfetta per le nostre temperature e le nostre acque.</p>
<p>La trota trentina si distingue per una qualità molto elevata: grazie alla freschezza dell’acqua e alla sua purezza, i pesci crescono più lentamente, e quindi la consistenza della loro carne diventa particolarmente soda ed apprezzata. Prestiamo molta attenzione all’ambiente, perché la trota è un pesce ‘sentinella’: quando c’è il pericolo di inquinamento chimico, viene introdotta negli acquedotti perché basta una piccolissima alterazione per farla morire. Per noi, quindi, è vitale che l’acqua sia pulita e ci impegniamo a restituirla alla natura così come l’abbiamo presa in prestito, come certifica il marchio ‘Friends of the sea’ che abbiamo da tanti anni. Il tutto per ridurre al minimo l’impatto ambientale, e ciò è dimostrato anche dal fatto che alcune pescicolture sono posizionate in serie e molto vicine le une alle altre, alcune volte addirittura adiacenti.</p>
<p>Circa sei anni fa abbiamo ottenuto il marchio Igp ed abbiamo iniziato a commercializzare il nostro prodotto certificato. Siamo stati i primi e finora gli unici troticoltori in Italia ad averlo conquistato e ci consente un’ottima visibilità, anche se impone un disciplinare molto rigido sul numero di ricambi d’acqua, la densità dei pesci, i mangimi e tanto altro. Il tutto per rispettare alti standard di benessere degli animali. Contestualmente abbiamo ricevuto anche il marchio ‘Qualità Trentino’.</p>
<p>Astro ha 33 anni e conta una quindicina di soci provenienti dalle valli Giudicarie, Rendena, Valsugana ed Alto Garda. Andiamo d’accordo, perché abbiamo piena consapevolezza che i problemi sono comuni. Abbiamo la fortuna di avere un direttore, <strong>Diego Coller</strong>, che mette anima e corpo nella cooperativa. Per noi è come il fratello maggiore che tutte le famiglie desiderano, quello saggio che riesce sempre a far ragionare tutti con calma. Come noi, il direttore crede nel potenziale della cooperativa e l’ha resa quello che è oggi: una struttura moderna, con relazioni commerciali forti e sane, riconoscimento politico ed istituzionale, impegnata nella ricerca e con una grande attenzione all’innovazione.</p>
<p>L’intero comparto ittico trentino, rappresentato dalle due organizzazioni, cooperativa Astro e consorzio, comporta una produzione lorda vendibile di 30 milioni di euro, con circa 40 impianti ittici, dando lavoro a 450 persone in aree decentrate che senza occasioni occupazionali rischierebbero lo spopolamento. Cooperativa e consorzio generano complessivamente un fatturato di 14 milioni di euro e, noi soci della cooperativa, conferiamo alla stessa 14 mila quintali di pesce all’anno, generando un fatturato che supera i 7,2 milioni di euro.</p>
<p>La storia di Astro è costellata dal supporto di enti che hanno avuto fiducia in noi e nella nostra idea di business: da <strong>Cooperfidi</strong> a Codipra, dalla Provincia alla Fondazione Mach. Quest’ultima ci ha aiutato con un’assistenza tecnica di grande qualità, per monitorare la qualità dell’acqua, individuare i ceppi di trota maggiormente idonei alla lavorazione e per avviarci verso l’innovazione. L’ultima riguarda la produzione di Omega3, acidi grassi molto salutari per le cardiopatie e per tante altre patologie. Il progetto è a buon punto e contiamo di riuscire ad immetterli presto sul mercato. Un’altra frontiera alla nostra attenzione è la stabilizzazione del reddito degli imprenditori ittici, attraverso contratti e percorsi assicurativi, così come auspica la Comunità Europea.</p>
<p>Ora che c’è questa grande crisi energetica e il conseguente forte rialzo dei prezzi siamo però preoccupati: per noi sono aumentati i trasporti, i mangimi e l’ossigeno liquido che diamo alle trote l’estate per salvaguardare la loro salute se fa troppo caldo. Il 2021 si è fatto sentire sul bilancio della cooperativa, perché sono aumentati i costi di plastica e imballaggi. Ora ci attendiamo che i rincari colpiranno anche le singole troticolture e, per le più piccole, saranno davvero insostenibili. Un’altra preoccupazione deriva dall’acqua: quest’inverno la neve è stata scarsa e le piogge ancora di più. Riversiamo le nostre speranze nella primavera, auspicando che sia piovosa, altrimenti all’emergenza rincari si aggiungerà quella idrica.</p>
<p>Il mio impegno non si è fermato alla troticoltura di famiglia. Mi sono subito data da fare nell’Associazione che riunisce e rappresenta tutti i troticoltori trentini, dove sono stata eletta presidente, e in seguito sono entrata nel consiglio di amministrazione della cooperativa Astro, per poi essere eletta al vertice all’unanimità nel 2021. Confesso che ottenere questo risultato quando sei fra le poche socie donne in assemblea mi ha dato molta carica, perché ho sentito forte la fiducia che gli altri hanno provato nei miei confronti. In passato mi è capitato di partecipare ad incontri o riunioni dove ho percepito qualche diffidenza legata al genere, ma credo che per il mio carattere e per l’impegno che ho sempre investito in questa professione, anche i più dubbiosi alla fine si siano convinti che essere uomo o donna conti poco anche per questo ruolo, ma servano competenze, correttezza e senso di responsabilità.</p>]]></encoded></item><item><guid isPermaLink="false">1e350d82-b6b3-4764-a91b-995db31d9ceb</guid><link>https://internazionale.cooperazionetrentina.it/it/news/accoglienza-al-femminile</link><title>Accoglienza al femminile</title><description>Andrea Gentilini, direttore della cooperativa Punto d’Approdo di Rovereto, racconta la sua esperienza di cooperatore nella realtà che si occupa delle donne in situazione di fragilità e disagio.</description><item d4p1:about="https://internazionale.cooperazionetrentina.it/media/vk1kvesv/ritratto-gentilini-v00.jpg" d4p1:resource="https://internazionale.cooperazionetrentina.it/it/news/accoglienza-al-femminile" xmlns:d4p1="http://www.w3.org/1999/02/22-rdf-syntax-ns#" xmlns="http://web.resource.org/rss/1.0/modules/image/"><width>1523</width><height>857</height></item><encoded xmlns="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"><![CDATA[<p><span>Ci sono esperienze nella vita che ne segnano il tracciato fino a modificarlo in modo profondo. Così è capitato a me quando, terminati gli studi universitari, ho assolto il mio dovere verso lo Stato con dieci mesi di servizio civile. La destinazione è stata una cooperativa sociale della mia città, Rovereto, la <strong>Punto d’Approdo</strong>, impegnata a 360 gradi sul disagio femminile. La cooperativa, fin dalla metà degli anni Ottanta, gestiva infatti delle strutture di accoglienza per donne in difficoltà con situazioni di fragilità e disagio personale o sociale, spesso con storie di violenza alle spalle e molte volte accompagnate da figli in tenera età. Da subito mi ha colpito la mission: accogliere le persone, senza distinzioni rispetto al colore della pelle, alla ricchezza, al contesto, alle fragilità. Dare una mano a queste donne nel superare il loro momento di difficoltà, subito, senza giudicare, col solo fine di sostenerle ad aiutarle a ritrovare un po’ di serenità e riprendere appieno la loro autonomia di vita.</span> </p>
<p><span><strong>Sono stati mesi intensi, appassionati</strong> con esperienze molto forti, di cui oggi, da marito e padre di due bambine, conservo ancora il ricordo attraverso il volto di tante madri e tanti figli, a volte accolti in emergenza con negli occhi tutta la sofferenza e l’angoscia di una vita segnata dalle tante difficoltà del vivere. Esperienze che mi hanno fatto capire le conseguenze che possono lasciare nelle famiglie certe piaghe come le dipendenze da sostanze, l’abuso di alcol, le ludopatie fino alla violenza. Tutte problematiche estremamente ‘democratiche’, nel senso che possono accadere in tutti i ceti sociali, indipendentemente dal grado di cultura o dalle condizioni economiche. Per me è stato uno snodo identitario, un’esperienza umana di altissimo valore, che poi ho proseguito con un impegno per quasi vent’anni prima come socio e volontario ed in seguito come amministratore della Cooperativa. </span> </p>
<p><span>Alcuni anni anni fa il Punto d’Approdo è stato segnato profondamente dalla scomparsa, in pochi mesi, del direttore <strong>Giuseppe Piamarta</strong> e della presidente <strong>Lucia Tomazzoni</strong>. <strong>Due punti di riferimento storici</strong>, presenti ed attivi con dinamismo e generosità fin dalla nascita di questa realtà. In questo contesto ho maturato una scelta professionale e di vita: ho lasciato il mio lavoro di bancario presso Cassa Centrale Banca, dove lavoravo da diciotto anni, e ho scelto di abbracciare questa nuova sfida professionale con la consapevolezza di continuare ed approfondire il mio rapporto con la Cooperativa Punto d’Approdo.</span> </p>
<p><span>La struttura mi conosceva ed era già ben organizzata. <strong>Ha aiutato molto in questa fase lo spirito cooperativo</strong> ben presente e radicato in tutti i colleghi che è servito per superare il momento di difficoltà unendo i singoli per vincere quel naturale senso di smarrimento che poteva certo arrivare, dopo la perdita di due punti di riferimento quali erano Lucia e Giuseppe. Il mio primo compito, dunque, è stato quello di fornire a quel gruppo affiatato e appassionato di quasi 50 dipendenti un nuovo punto di riferimento, disponibile all’ascolto e pronto alle nuove sfide alle porte. Sì perché nel frattempo il settore della cooperazione sociale è stato protagonista di una rivoluzione epocale ancora in pieno svolgimento. Da una parte c’è la riforma nazionale che ci trasforma in imprese sociali (dove il termine “impresa” non è casuale) e dall’altra la revisione provinciale della normativa sul welfare, che prevede nuovi e complessi meccanismi di accreditamento per il futuro affidamento dei servizi socio assistenziali. Una trasformazione radicale e profonda che ci ha indirizzato verso la strada di un sempre maggiore efficientamento e un innalzamento della qualità dimostrata attraverso varie certificazioni di processo e organizzative, come l’ISO9001 e il Family Audit. E poi c’è la sfida della sostenibilità economica, sempre incalzante, la stessa che ha dato vita, una decina di anni fa, al Laboratorio ‘Le Formichine’, dove le donne inserite nelle nostre strutture di accoglienza potessero avere un primo sbocco lavorativo misurandosi sulla strada dell’indipendenza economica, attraverso la realizzazione di oggetti artigianali e attività di confezionamento. Tutti prodotti che sono messi in vendita e che per avere un ritorno economico devono essere realizzati con professionalità, qualità e gusto, tali da essere appetibili sul mercato. </span> </p>
<p><span><strong>Una serie di sfide interessanti ma anche molto impegnative</strong>. Così come affrontare i nuovi bisogni emergenti sul nostro territorio. Da qui nasce il nostro impegno nell’accoglienza profughi, sulla quale la Provincia ci ha chiesto di attivarci qualche anno fa, mettendo a fattor comune le nostre competenze maturate sul campo in oltre trent’anni di attività. Così abbiamo preso in mano la gestione degli appartamenti di Rovereto e della Vallagarina dedicati all’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale e “Casa San Giuseppe” a Lavarone, dove ci sono state affidate 23 giovani nigeriane che sono state protagoniste di un percorso straordinario di attivazione della comunità. Oltre ai corsi di lingua italiana e alle tante iniziative promosse della cooperativa, queste ragazze hanno potuto contare su una forte rete territoriale, con volontari per perfezionare l’italiano e per conoscere l’altopiano di Lavarone con le sue tradizioni. Un abbraccio della comunità al quale hanno risposto con rispetto e gratitudine con un ottimo grado di integrazione. Molte di loro hanno pure trovato lavoro negli alberghi della zona, segno che l’integrazione è un percorso lungo, spesso non facile, ma sicuramente possibile. </span> </p>
<p><span>Oggi quest’esperienza torna di nuovo utile con l’emergenza ucraina, nella quale mettiamo a disposizione le nostre competenze e la nostra umanità, con l’obiettivo di lasciare in chi scappa dalla guerra e approda in Trentino un segno profondo, di speranza e di fiducia in un futuro migliore che siamo tutti impegnati a costruire.</span> </p>
<p> </p>]]></encoded></item><item><guid isPermaLink="false">1a3a1b1c-3805-482b-ad47-4e57ac45df89</guid><link>https://internazionale.cooperazionetrentina.it/it/news/riparto-da-cooperatore</link><title>Riparto da cooperatore</title><description>Le sfide non spaventano Paolo Holneider, che a 43 anni da imprenditore artigiano ha deciso di diventare socio lavoratore e presidente della cooperativa sociale Relè</description><item d4p1:about="https://internazionale.cooperazionetrentina.it/media/mnxp31qf/ritratti-holneider.jpg" d4p1:resource="https://internazionale.cooperazionetrentina.it/it/news/riparto-da-cooperatore" xmlns:d4p1="http://www.w3.org/1999/02/22-rdf-syntax-ns#" xmlns="http://web.resource.org/rss/1.0/modules/image/"><width>1523</width><height>857</height></item><encoded xmlns="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"><![CDATA[<p>Chi ha la vita facile a volte si perde in un bicchier d'acqua. A me non succede. Mi sono dovuto abituare in fretta alle sfide: a 8 anni sono rimasto orfano di madre e ho trascorso 5 anni al Villaggio Sos. Mi sono trovato bene e mi sono affezionato alla famiglia che mi ha accolto.</p>
<p>La mia infanzia è stata un po’ faticosa e ho mollato la scuola presto: a 16 anni ho incominciato a lavorare e mi sono iscritto alle serali. Mi hanno assunto come apprendista dalle belle speranze a TCA, dove ho imparato i primi rudimenti del lavoro di operatore e montatore televisivo. Sono così riuscito ad andare a vivere da solo e a costruirmi una vita autonoma. Ma avevo il sogno di creare una ditta tutta mia. A 21 anni ho così aperto la mia piccola impresa artigiana. Avevo 5 milioni di lire ma me ne servivano 90 per acquistare tutte le attrezzature. Mi ricordo ancora l’espressione del volto del responsabile della filiale della Cassa Rurale di Villazzano (di cui poi sono diventato socio e in seguito anche fornitore) quando mi sono presentato con il mio progetto e la mia richiesta di credito. I tassi erano al 14% ma c’era grande entusiasmo e per fortuna mio zio Luigi mi ha preso sottobraccio e ha messo la sua firma a garanzia. Così sono riuscito a partire: ho adibito una stanza del mio appartamento a studio di montaggio e ho avviato la mia grande avventura, con in tasca tante speranze.</p>
<p>A 24 anni mi sono sposato con Laura, una ragazza di Rovereto e a 25 anni sono diventato papà di Federico. Poi sono arrivati Lorenzo, Alessandro e Andrea. Le sfide e le gioie di una famiglia con 4 bambini si sono almeno quadruplicate!</p>
<p>Durante i primi anni del mio matrimonio ho cominciato ad avvicinarmi alla cooperazione: ho conosciuto <strong>Luciano Imperadori</strong>, <strong>Egidio Formilan</strong>, <strong>Flavio Beozzo</strong>, <strong>Maurizio Bassetti e Arianna Giuliani</strong>, che si occupavano di educazione e cultura cooperativa all’interno della Federazione. Loro hanno creduto in me e mi hanno assegnato tanti lavori di documentazione televisiva, sia su concorsi di educazione cooperativa, sia su progetti internazionali che la Federazione seguiva. In quello stesso periodo ho cominciato a lavorare per la Provincia, con l’allora capo ufficio stampa <strong>Alberto Faustini</strong>, che ha valorizzato il mio impegno, affidandomi importanti servizi di documentazione video, uno fra tutti nel 2001 la trasferta in Argentina e in Cile per visitare i circoli trentini. Poi c’è stato il Cooperquiz, in collaborazione con l’ufficio stampa della Federazione e tante altre riprese.</p>
<p>Nel 2007 mi sono accostato al mondo della formazione e ho cominciato ad insegnare a fare video agli studenti dell’Istituto Artigianelli. Questo ambiente così attento alla persona, all’apprendimento dei ragazzi non solo in termini di competenze ma anche educativi generali mi è piaciuto tantissimo.</p>
<p>Nel 2010 al direttore della scuola, <strong>Erik Gadotti</strong>, viene un’idea: creare una cooperativa sociale all’interno della scuola, per valorizzare l’inserimento lavorativo di persone in difficoltà e permettere agli studenti di effettuare tirocini formativi ed educativi dentro una realtà sociale. Accetto con entusiasmo la nuova sfida e con altri 5 soci fondatori firmo davanti al notaio. Così nasce Relè, un progetto che mi ha subito coinvolto profondamente. Inizialmente la cooperativa si occupa di pulizie e della gestione di mense scolastiche. Entro in Consiglio di amministrazione e, al secondo mandato, divento vicepresidente. Nel 2015 passa la proposta di affiancare ai due settori storici un’area dedicata alla grafica e ai video.</p>
<p>Avevo una bella famiglia, un’azienda avviata, un dipendente fisso e alcuni occasionali. Ero nel direttivo dell’Associazione Artigiani nella categoria fotografi e video-operatori e membro attivo nell’associazionismo famigliare. Tutto proseguiva per il meglio.</p>
<p>Ma il progetto e le finalità della cooperativa Relè mi hanno coinvolto al punto tale di farla diventare il mio lavoro. Nel 2016, dopo 22 anni di attività, ho così messo da parte la mia partita Iva e da socio volontario sono diventato socio lavoratore, con il coordinamento di questo nuovo settore. E poco dopo sono stato eletto presidente.</p>
<p>E anche qui la sfida è duplice e non riguarda solo il cambiamento della mia vita. La cooperativa, infatti, attraversa un momento di difficoltà, perché è cresciuta velocemente i primi anni e adesso necessita di una nuova organizzazione più attenta alle persone, in particolare quelle svantaggiate.</p>
<p>Il nostro impegno oggi è quello di costruire una squadra che riesca a lavorare producendo qualità in armonia. Così ho proposto di aprire il Consiglio ai soci lavoratori che desideravano impegnarsi nel governo della cooperativa mettendo il proprio tempo a disposizione con gratuità. Poi con il consiglio di amministrazione siamo entrati anche negli aspetti più concreti, creando aree e responsabilità distinte, provando a proporre un metodo di lavoro nuovo e rilanciando il ruolo della “donna” come risorsa fondamentale per far crescere la cooperativa.</p>
<p>A volte mi dicono che sono una persona determinata, forse è vero. Ma nel portare a termine gli obiettivi cerco di valorizzare il buono che ogni persona ha dentro, stimolando l’indole alla collaborazione. Pensare che dentro la nostra cooperativa sociale una persona possa trovare il luogo e il contesto per potersi rimettere in gioco, mi fa rivivere un po’ me stesso e mi da la convinzione che ognuno merita un’opportunità.</p>
<p>Se la usi bene, la cooperazione è uno strumento formidabile per far crescere tutte le persone. E per questo mi sento a mio agio nei contesti cooperativi. A volte sento ripetere che i valori di don Guetti, oggi, sono difficilmente applicabili. E allora mi viene in mente quando il fondatore del movimento cooperativo trentino, quasi 130 anni fa, diceva che la cooperazione non deve parlare dell’io ma del noi… Cosa c’è di più attuale di questo, in una società individualista come la nostra?</p>
<p>Nella mia vita ho ricevuto la fiducia e l’affetto di tantissime persone. E ho sentito quale effetto ha avuto questo calore sulla mia crescita professionale e umana. Per questo cerco di usare sempre questi parametri quando mi relaziono con gli altri. Do fiducia ma anche responsabilità, sono aperto al confronto ma ho cura che si arrivi alla decisione. Le sfide non mi spaventano e con tutti i soci immaginiamo già una nuova sede per Relè, dove tutti i settori di attività della cooperativa possano convivere sotto lo stesso tetto. Lo so, mi piacciono le prove difficili. E spero di riuscire a trasferire questa voglia di farcela anche ai miei figli. Quando Lorenzo, 17 anni, ha deciso di trasferirsi a Padova per affiancare allo studio la sua carriera sportiva ho capito che qualcosa transita, che le esperienze si tramandano, che la fiducia nella vita vince. Ora spero di riuscire a portare queste convinzioni anche in cooperativa.</p>]]></encoded></item><item><guid isPermaLink="false">6a514250-4505-4fd3-b47e-c0757e29c568</guid><link>https://internazionale.cooperazionetrentina.it/it/news/la-ricercatrice-con-l-anima-cooperativa</link><title>La ricercatrice con l’anima cooperativa</title><description>Quarantadue anni, due figlie, la presidente della cooperativa La Coccinella ha raccolto con entusiasmo l’eredità della fondatrice Giuseppina Foffano. In Consolida è vicepresidente vicaria, con una presidente anche lei donna, per tenere insieme la pluralità delle visioni e disegnare un futuro condiviso di opportunità.</description><item d4p1:about="https://internazionale.cooperazionetrentina.it/media/k41d3a3k/ritratti-gennai.jpg" d4p1:resource="https://internazionale.cooperazionetrentina.it/it/news/la-ricercatrice-con-l-anima-cooperativa" xmlns:d4p1="http://www.w3.org/1999/02/22-rdf-syntax-ns#" xmlns="http://web.resource.org/rss/1.0/modules/image/"><width>1523</width><height>857</height></item><encoded xmlns="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"><![CDATA[<p>La mia storia comincia 42 anni fa a <strong>Monterotondo Marittimo</strong>, in un piccolo borgo medioevale toscano arrampicato su una collina, tra geyser e soffioni boraciferi. Da lì ho frequentato il liceo scientifico e poi l’Università di scienze della comunicazione a Siena. Ho fatto l’Erasmus a Madrid e sono tornata per laurearmi con la professoressa <strong>Barbara Poggio</strong>. È stata proprio lei ad informarmi che a Trento era possibile fare domanda di dottorato e così, nel 2003, vinto il concorso, con entusiasmo e tanta voglia di fare, ho fatto le valigie e mi sono trasferita a 400 chilometri da casa mia.</p>
<p><strong>Il settore della ricerca mi ha subito appassionata</strong>, consentendomi di approfondire tematiche che hanno rinforzato la mia architettura formativa, dagli snodi dell’economia trentina alla <strong>complessa relazione tra donne e lavoro</strong>. In quest’ultimo ambito, ho ottenuto anche una borsa di studio dal Comune di Trento per approfondire le caratteristiche del lavoro femminile in tutte le fasi, dall’inserimento all’avanzamento di carriera. Quelli sono stati per me anni di grande fermento culturale, con l’inserimento nel tessuto sociale ed intellettuale della città, attraverso la conoscenza di persone che mi hanno poi accompagnata e fatta crescere nella direzione che maggiormente mi appassionava: la ricerca. E penso al professor <strong>Moreno Bighelli</strong>, all’allora presidente dell’Istituto regionale per la ricerca sociale (oggi <strong>Fondazione De Marchi</strong>), <strong>Italo Monfredini</strong>, e a tanti altri.</p>
<p>Nel marzo del 2011 ho cominciato a lavorare come <strong>ricercatrice per la Fondazione De Marchi</strong>. Sono anni intensi, anche sotto il profilo personale: pochi mesi dopo dono la vita a <strong>Amelia</strong>, la mia prima bimba, ed ho subito prova diretta dell’importanza dell’attenzione che le aziende riescono a riservare alle donne quando diventano madri. In Fondazione, infatti, vengo confermata a tempo indeterminato proprio mentre sono in maternità ed ho esperienza del fatto che la <strong>genitorialità</strong> può non essere un ostacolo alla crescita professionale, ma<strong> un evento della vita che libera competenze ed energie nuove utili anche nelle imprese</strong>.</p>
<p>Oltre al lavoro in Fondazione, ho continuato ad insegnare all’Università e a fare consulenze soprattutto nell’ambito della certificazione ‘<strong>Family audit</strong>’. Ed è proprio durante una di queste consulenze che conosco la cooperativa <strong>La Coccinella</strong>, partendo dalla sua fondatrice e presidente Giuseppina Foffano. Nel 2013 la cooperativa è alla ricerca di una nuova componente del consiglio di amministrazione, e così a maggio vengo eletta per portare la mia esperienza di ricercatrice esperta di percorsi femminili. La cooperativa, infatti, conta oltre <strong>240 educatrici donne</strong>, e la sfida di immaginare per loro un futuro di continuità e di investimento professionale mi entusiasma.</p>
<p>Quest’esperienza mi consente ogni giorno di operare in un settore, quello dei <strong>servizi all’infanzia,</strong> in continuo cambiamento, così come la struttura della famiglia e i suoi bisogni. Di più: dove i bambini stessi cambiano, perché sono diventati una generazione non stereotipata, altamente competente e molto esigente in quanto a stimoli creativi e sociali.</p>
<p>Poco dopo il mio ingresso in Cda, la cooperativa comincia a progettare il suo ricambio generazionale: Giuseppina è prossima alla pensione ed ha la lungimiranza di creare attorno a sé una squadra preparata per il ‘dopo’, che metta in sicurezza quanto creato fino a quel momento.</p>
<p>Di nuovo affronto uno snodo professionale importante con il pancione, in attesa di <strong>Adele</strong>, ed ho la sensazione che lavoro e famiglia si completino in una sorta di complementarietà, dandomi energie diverse e al tempo stesso attingendo da diverse mie energie.</p>
<p>La mia prima figlia mi ha insegnato a ricalibrare le priorità e a gestire il tempo in modo più efficiente. Ho imparato a chiamare sull’attenti tutte le mie forze quando il tempo è poco e ad essere molto concreta. Non avere una rete parentale vicina mi ha spinto ad organizzare la mia famiglia sulla base del principio della corresponsabilità condivisa: la febbre improvvisa, l’organizzazione dell’estate, uno sciopero scolastico non sono un mio problema. Sono un nostro problema.<strong> Il mio compagno Dario</strong> è coinvolto ed <strong>attivo in tutte le dinamiche e le faccende di famiglia</strong>.</p>
<p>Pur seguendo più attività con un ruolo di responsabilità (o forse proprio grazie a questo), ho comunque l’opportunità di organizzare la mia agenda con libertà e di operare in settori dove il così detto ‘codice maschile’ è superato. E penso agli orari delle riunioni, ai congedi, allo smart work. <strong>In Coccinella uno dei pochi uomini in posizione apicale ha preso il congedo di paternità</strong>, a testimonianza di come lo sviluppo culturale di questa impresa sia paritetico ed esteso. Il nostro obiettivo è quello di consentire alle persone che lavorano di raggiungere quell’equilibrio organizzativo personale che le rende serene, senza ansia da gestione del tempo. E di questo beneficiano soprattutto i bambini che ci vengono affidati.</p>
<p>L’anno in cui è nata Adele sono diventata anche <strong>vicepresidente di Consolida</strong>, con responsabilità aggiuntive, nuovi contesti da conoscere e nuove energie da trovare. È stato un anno faticoso, fatto di tanto lavoro notturno e di incastri giornalieri per riuscire a fare tutto. Ma anche la mia seconda figlia mi ha insegnato qualcosa: a organizzare la giornata in momenti in cui è possibile rispondere al telefono o alle mail e momenti in cui non lo è. Semplice e chiaro.</p>
<p>L’impegno in consorzio è stato quello di <strong>operare in un luogo che esprime una pluralità di visioni</strong> e deve saperle tenere insieme. Un consorzio che mette a disposizione strumenti (servizi, consulenza, attività, progetti) per far crescere le socie e il sistema nella sua complessità. La mia natura di ricercatrice torna in campo, perché mi impegno costantemente a capire quali studi, ricerche e analisi possano dare alle associate la possibilità di leggere e comprendere i mutamenti sociali ed economici del nostro tempo per aggiornare le competenze interne e valutare gli ambiti su cui misurarsi.</p>
<p>Anche qui la <strong>collaborazione stretta tra donne</strong> nelle posizioni apicali (la presidente Serenella Cipriani) non è comune. Proveniamo da generazioni diverse, abbiamo stili e livelli di potere diversi. Ma riusciamo a lavorare bene insieme, riconoscendoci l’un l’altra le nostre differenze e rispettandole, per costruire una visione comune condivisa.</p>
<p>Così continua la mia storia, con la presidenza della cooperativa a maggio del 2016, un passaggio facilitato da una struttura interna pronta ad affrontare questo mutamento, consapevole della necessità di fare un investimento importante nella sua dimensione di impresa.</p>
<p><strong>Oggi faccio un lavoro che mi diverte</strong>. Questo alleggerisce anche della fatica e del peso della responsabilità. La cooperativa è cresciuta internamente, investendo su alcune figure: abbiamo individuato una responsabile per l’area pedagogico educativa, ridato significato ai ruoli e lavorato molto sull’architettura organizzativa complessiva. Abbiamo cercato di costruire una maggiore circolarità della conoscenza e dell’informazione, non solo attraverso processi organizzativi ma anche con nuovi strumenti. Abbiamo ridisegnato il tavolo predisposto alle gare della cooperativa, che nel solo mio primo anno di presidenza ha presentato 7 progetti.</p>
<p>Sono nata professionalmente come ricercatrice sociale e la lente della documentazione, dell’analisi e dell’approfondimento ai fini del miglioramento la porto con me ovunque agisca. <strong>La mia esperienza testimonia che conciliare lavoro e famiglia è possibile ed educherò a questo le mie bambine</strong>, raccontando con il mio esempio che non è necessario rinunciare ad una parte di noi perché siamo donne. Per trovare un equilibrio bisogna vivere anche momenti di squilibrio, che sono funzionali, perché spingono verso il miglioramento. E riconoscere la nostra imperfezione. Ma non smettere di crederci e di lavorare per questo.</p>]]></encoded></item></channel></rss>